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ROMAGNA: ALLUVIONE E AGRICOLTURA

Tavolo tecnico in Granfrutta Zani per la salvaguardia dei frutteti colpiti dalle esondazioni di inizio maggio

Di Enrico Foschini e Riccardo Martinelli

I due eventi metereologici estremi che hanno colpito la Romagna nei primi 16 giorni del maggio 2023 hanno avuto una portata capace di raggiungere in alcuni punti dell’Appennino i 600 litri per metro quadrato. Un evento eccezionale e unico nel territorio che mai ha dovuto affrontare le conseguenze di un’alluvione tanto devastante. Questo ha portato gli agricoltori a trovare soluzioni inedite; la Romagna è infatti attrezzata per far fronte ad altre emergenze, si pensi alle gelate, e mai ha dovuto affrontare le conseguenze di una campagna che per giorni si è trasformata in lago.

Per individuare le soluzioni con cui ripristinare l’attività frutticola dei nostri soci colpiti dall’alluvione, insieme a Rinova, ente di coordinamento, ricerca e sviluppo tecnologico, come Granfrutta Zani abbiamo partecipato a un tavolo tecnico cui hanno preso parte docenti universitari di agraria, biochimica, fisiologia ed i referenti di ITER e CER. Questo per inquadrare le esigenze delle piante da frutto cui far immediatamente fronte.

Sono quattro gli ordini di problemi che hanno riguardato l’area agricola della Romagna a seguito dell’alluvione:

  • gli allagamenti che per giorni hanno interessato gli areali di coltivazione
  • il limo rimasto sul suolo dopo il ritiro delle acque
  • la potenziale propagazione di determinati funghi al suolo e sulla chioma
  • le frane che hanno isolato intere aziende.

Se le centinaia di smottamenti hanno reso inaccessibili alcune coltivazioni collinari, laddove è stato possibile intervenire si è agito con una priorità: ridare alle piante e alle loro radici la possibilità di tornare a respirare. L’asfissia radicale è infatti il primo dei problemi da risolvere per ridurre i danni ai frutteti e conservarne la produttività.
Sgrondare l’acqua per far tornare a respirare le radici è stato dunque il primo fondamentale passo verso il ripristino della normalità; procedure compiute stando attenti alle conseguenze di ogni intervento per evitare di arrecare ulteriori danni alle coltivazioni, come per esempio il compattamento del terreno, condizione che al pari dell’allagamento priva gli apparati radicali della necessaria quota di ossigeno.

Stesso ordine di problemi è dato dalla presenza di limo sul suolo: uno strato capace di asciugarsi velocemente e di diventare un manto impermeabile sul terreno, in grado di bloccare l’evaporazione dell’acqua dal suolo e la sua futura penetrazione.
Anche in questo caso, le tecniche di intervento per la rimozione del limo devono essere messe in campo considerando anche le loro possibili conseguenze.
Come detto prima, l’assenza di precedenti ha imposto soluzioni caso per caso, con le prossime settimane che ci permetteranno di capire la reale portata dei danni alle coltivazioni.

A queste prime evidenti cause delle alluvioni si aggiungono le possibili aggressioni fungine, mosse da miceti quali Armillaria e Phytophthora che nell’acqua trovano un ideale mezzo di propagazione. Basta infatti che uno di questi funghi fosse presente nelle radici di una sola pianta, per correre il rischio di ulteriore diffusione nel frutteto.
Anche in questo caso è prematuro effettuare una stima dei danni o anche solo una ricognizione sullo stato di salute delle piante.
Con l’alluvione, il terreno si è impoverito di molti dei microorganismi che lo costituiscono, impoverendolo così dalle sue funzioni biologiche e, per questo motivo, i funghi patogeni potrebbero trovare condizioni ideali allo sviluppo.
La Phytophthora colpisce per lo più le pomacee e può attaccare sia le piante che, molto raramente, i frutti. La sua presenza la si riconosce osservando l’imbrunimento della corteccia del colletto. Questo fungo si manifesta infatti con danni nel segmento di fusto appena sopra e sotto il livello del suolo.
L’Armillaria interessa invece con maggior frequenza le drupacee e causa una progressiva marcescenza dell’apparato radicale.

L’assenza di precedenti storici in Romagna ha reso necessario un approccio sperimentale, basato sull’urgenza dell’intervento e la salvaguardia delle colture.
Lo stretto collegamento degli ambienti universitari e specialistici ai nostri tecnici, ha permesso una veloce sintesi su quelle che sarebbero dovute essere le prime pratiche da mettere in campo dopo l’alluvione. I prossimi mesi saranno fondamentali per capire la reazione delle piante da frutto e la loro capacità di conservare produttività per i prossimi anni.

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